Digital Skills: le competenze per il futuro.

Digital Skills: le competenze per il futuro.

Lo sviluppo di competenze digitali è diventato un fattore chiave per emergere nel mercato del lavoro. Comprendere quali sviluppare, come poterle sfruttare e quali conseguenze possono generarsi tramite il loro utilizzo è fondamentale. Nella seguente intervista con Francesco Derchi, SME Instrument Business Coach press European Commission, Digital Expert e autore del libro “Digital Skills: capire, sviluppare e gestire le competenze digitali.” approfondiremo questo tema dando uno sguardo al futuro digitale.

 

1)Iniziamo con una domanda a bruciapelo, se dovessi decidere tra hard e soft skills quale sceglieresti e perché?

Penso che la vera risposta sia hard e soft skills insieme. Il tema infatti non è quello di scegliere in maniera alternativa tra le due ma di trovare il mix giusto, in uno specifico momento della propria carriera lavorativa.
La visione tradizionale del business che assegna una grande attenzione alle hard skills, favorendo la creazione di una mentalità in cui conta esclusivamente la tecnica, si è dimostrata infatti progressivamente sempre meno sufficiente a preparare le persone per le nuove sfide che il mondo digitale ha reso possibile.
Per citare Peter Hissen, viviamo in un “New normal” in cui è ormai necessario occuparsi di compiti e questioni profondamente diversi tra loro, dimostrare una grande flessibilità e non avere paura di esplorare nuovi ambiti. Quindi io dico Hard + Soft Skills, per essere davvero completi e capaci di godere le evoluzioni del tempo che stiamo vivendo.

 

2)Nel tuo libro hai parlato di fake news, pensi che l’azione per contrastarle sia adeguata oppure ci sono altri metodi per ottenere un controllo maggiore in rete?

Dunque, il tema fake news è molto interessante e mi è personalmente molto caro. Credo che ci sia un unico modo di contrastare questo fenomeno; l’educazione. La fake news diventa rilevante soltanto nel momento in cui chi la legge la crede vera perchè la vorrebbe tale e se ne fa quindi ambasciatore, diventandone quindi responsabile della sua distribuzione. Sta tutto nella definizione della post-verità, un momento in cui fatti e circostanze oggettive sono meno capaci di influenzare l’opinione pubblica di quanto facciano le emozioni e il proprio credo personale.
Non possiamo quindi pensare di arginare questo fenomeno tramite la creazione di filtri e con comportamenti di censura: personalmente credo che si rivelerebbe una strategia perdente per quelle piattaforme sociali che decideranno di applicarli per risolvere il problema e migliorare la propria performance; sto ovviamente pensando a Facebook e alle accuse ricevute sul tema RussiaGate. Sarebbe una scelta molto più vicina al discusso modello cinese, in pieno stile grande fratello piuttosto che dedicata a valorizzare il modello User Generated Content attorno al quale queste son state disegnate.
Per uscire dall’era della post verità penso sia necessario lavorare in maniera molto determinata sugli aspetti di consapevolezza del fenomeno e quindi di educazione al digitale. Personalmente, da qualche anno a questa parte ho inserito una parte del mio programma del corso di digital business proprio su queste tematiche per poter preparare i miei giovani studenti anche a questo tipo di sfide.

 

3)Quali sono le competenze che obbligatoriamente bisogna avere per poter lavorare nel digital?

Il report “Future of Jobs” (http://reports.weforum.org/future-of-jobs-2016/) del World Economic Forum uscito nel 2016 parla di 10 skills necessarie per lavorare nella Quarta Rivoluzione Industriale ovvero quella che stiamo vivendo oggi.
Tra queste, al terzo posto troviamo la Creatività, in forte crescita rispetto al 2015 quando era al solo 10 posto, al secondo posto c’è il Pensiero Critico, in salita rispetto alla quarta posizione rispetto al report precedente ed in prima posizione si riconferma il Complex Problem Solving, la capacità di prendere decisioni in ambiti complessi come quelli che si creano in ambienti digitalizzati.
Penso che ormai non si possa quasi più ragionare in termini di “lavoro nel digital” perchè questo presume anche una serie di lavori “non digital “ cosa progressivamente sempre meno possibile proprio per quanto detto in precedenza. Anche lavori prettamente tecnici intesi nel senso tradizionale del termine devono essere rivisti per necessità alla luce di un cambio di mentalità. Queste skills quindi saranno necessarie in tutti i lavori del futuro, anche quelli apparentemente meno digital.

 

4)Cosa porterebbe l’introduzione della social collaboration nel contesto aziendale?

La social collaboration è già presente in azienda: i dipendenti lavorano quotidianamente utilizzando strumenti digitali più o meno formalizzati e operando in maniera non necessariamente strutturata.
Credo che per l’azienda ci siano due principali sfide: anzitutto quella di individuare e soprattutto comprendere le pratiche informali in modo da poterle facilitare in maniera coerente rispetto a policy e rischi legati alla sicurezza. L’utilizzo di WhatsApp, magari su cellulare privato, non è accettabile ma ormai consuetudine? FaceTime è una alterativa informale e veloce alle conference call ma non rispetta bene le regole di privacy?
Comprendere i motivi che sottostanno a queste scelte permette davvero di mettere le proprie persone al centro dell’organizzazione e quindi migliorare  il modo di lavorare con conseguenze inevitabili sui risultati.
Una volta comprese le motivazioni, la seconda sfida è quella di poter davvero innovare i processi come ad esempio prevedendo una migrazione guidata verso Telegram o Slack, più sicure e coerenti con standard di sicurezza. Con l’occasione si potrebbe cogliere anche l’opportunità di fornire strumenti di lavoro in mobilità che facilitino l’utilizzo di queste piattaforme ed evitino rischi potenziali.
Per completezza è importante anche menzionare che la social collaboration si esprime attraverso 5 diverse fasi di cui, di fatto, le attività di collaborazione impiegato-impiegato sono soltanto il secondo livello della piramide. Dobbiamo inoltre considerare che per favorire altre modalità, progressivamente a più alto tasso di motivazione, relative ad un più elevato grado di esponenziali dell’impresa e quindi con una incidenza diretta sulla performance aziendale, è necessario acquisire un livello di confidenza con pratiche e strumenti delle fasi precedenti. È quindi impensabile per un’impresa voler facilitare pratiche di social collaboration con la propria audience di riferimento se internamente non sono risolte le difficoltà di collaborazione tra impiegati. Per questo vi rimando alla lettura del capitolo 7 del libro.

 

5)I dati sono la principale merce di scambio nella rete, possedere più dati significa avere più potere. La cultura data driven è indispensabile per ogni aspetto della nostra vita? Come ad esempio trovare l’anima gemella.

Nelle piattaforme di dating online i dati sono alla base della proposta di incontro tra le parti, conosco amici che stanno per sposarsi grazie al suggerimento di un algoritmo!  I dati sono sempre stati alla base di qualsiasi aspetto della nostra vita, solo che prima non ci saremmo mai immaginati di poterli misurare per capire la nostra affinità ad una band musicale o ad una serie su Netflix, ci affidavamo al suggerimento di amici oppure al cast.
Parlando di utilizzo di dati in contesti apparentemente inaspettati, un altro esempio è l’applicazione di analisi di dati nella linguistica, per capire la strutturazione delle parole nel tempo. La “culturomica” infatti è una nuova pratica che studia le tendenze culturali tramite l’utilizzo di analisi quantitativa di testi digitalizzati. I due scienziati di Harvard, Michel e Aiden, utilizzando Google Books hanno lavorato all’Ngram Viewer per scoprire l’apparizione di ricorrenze e declino di parole e nomi fornendo così indizi sull’evoluzione delle lingue, della cultura e della società in diversi periodi e paesi; come nel caso della genomica, qui si studiano i libri come sequenze di basi del genoma umano. Vi consiglio di andare su 
books.google.com/ngrams e provare voi stessi.
Vorrei aggiungere però che per dati non intendiamo solo i BigData, ma anche quelli che l’etnografa Tricia Wang chiama Thick Data, elementi spessi tanto da esser densi di significati già da soli perchè capaci di raccontare delle storie. Lo stesso fa l’autore Martin Lindstrom che nel suo best seller li chiama, appunto, Small Data.
Etnografia dicevamo, questa scienza studia comportamenti, culture, contesti e permette di raccogliere dati, definiti  “olistici” perché riescono a far emergere indizi maggiori o diversi da quelli che un’analisi statisticamente raffinata potrebbe perdere non a caso “l’insieme è più della somma delle sue parti”. Se il 73% dei progetti sui big data non si è rilevato redditizio è proprio perché non è stato applicato il giusto metodo.
Quindi, la cultura data driven è indispensabile, ma solo se sapremo porci le domande giuste cui i dati potranno rispondere e se queste saranno arricchite da metriche quantitative e qualitative, capaci di raccontare il contesto umano e sociale.

2018-05-21T09:39:00+00:00